Stroppiana si prepara all’ultimo saluto a Livio Berruti, campione olimpico dei 200 metri

Stroppiana si prepara all’ultimo saluto a Livio Berruti, campione olimpico dei 200 metri
I funerali di Livio Berruti mercoledì 12 a Stroppiana. Il grazie della famiglia al presidente Mattarella

L’addio a un’icona dell’atletica

Stroppiana, in provincia di Vercelli, si prepara a dare l’ultimo saluto a Livio Berruti, campione olimpico dei 200 metri a Roma 1960. I funerali si terranno mercoledì 12, in forma privata, come desiderato dal campione, scomparso domenica a 87 anni in una clinica torinese. Il rosario è stato previsto per il pomeriggio di oggi nella Chiesa di Gesù Nazareno, a Torino.

La famiglia di Livio Berruti, tramite la moglie Silvia, ha voluto esprimere «profonda gratitudine al presidente della repubblica Sergio Mattarella e a tutte le istituzioni che hanno voluto manifestare la propria vicinanza con parole di affetto, stima e partecipazione».

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Il sindaco di Vercelli, Roberto Scheda, ha ricordato il legame profondo tra il campione e il territorio vercellese. Berruti è cresciuto a Stroppiana, paese circondato da risaie a pochi chilometri dal capoluogo che gli ha concesso la cittadinanza onoraria. In una teca nella sala del Consiglio comunale sono custodite le scarpe con cui ha vinto la medaglia d’oro. L’ex sindaca Maria Grazia Ennas ha rivelato che Livio le aveva confidato che i suoi primi allenamenti li faceva «inseguendo i gatti del paese».

Il ricordo dei colleghi e l’eredità sportiva

Il presidente della FIDAL, Stefano Mei, ha espresso il suo cordoglio, definendo la scomparsa di Berruti come la perdita di «un pezzo della storia più bella e più emozionante dell’atletica italiana». Mei ha sottolineato il rapporto di amicizia e rispetto reciproco che lo legava a Berruti, nato dalla comune appartenenza allo sport e alimentato dalla stessa passione.

La vittoria di Berruti a Roma 1960 è ricordata come un momento storico per l’atletica italiana. Fu il primo atleta azzurro a vincere una medaglia d’oro olimpica nello sprint, dimostrando che anche un italiano poteva raggiungere il gradino più alto del podio in una gara di velocità. La sua corsa nello Stadio Olimpico è diventata un ricordo collettivo, ispirando generazioni di giovani a sognare.

Anche il campione olimpico Filippo Tortu, medaglia d’oro a Tokio nella staffetta 4×100, ha espresso il suo commosso ricordo. Tortu ha raccontato di essersi avvicinato all’atletica proprio per emulare Berruti. Ha descritto l’incontro con il suo idolo nel 2016, quando Berruti, all’età di settantasette anni, gli spiegò il vero significato dello sport, incarnando lo «spirito olimpico».

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Credit: ilpost.it

Tortu ha condiviso numerosi momenti con Berruti negli ultimi dieci anni, definendoli «due spiriti affini, anzi quasi identici». Ha promesso di portare avanti l’amore di Berruti per le curve, sia in pista che nella vita, vivendole «in maniera aristotelica e non platonica», come gli raccomandava sempre.

Due visioni dello sport: Berruti e Mennea

Livio Berruti e Pietro Mennea sono stati i due migliori velocisti italiani del Novecento a vincere una medaglia d’oro olimpica nei 200 metri, prima di Marcell Jacobs. Berruti vinse a Roma 1960, eguagliando il record del mondo, mentre Mennea si impose a Mosca 1980, un anno dopo aver stabilito il record mondiale con un tempo di 19,72 secondi, che ancora oggi è il primato europeo.

Nonostante i successi condivisi, i due campioni avevano caratteri e approcci allo sport molto diversi. Berruti era descritto come un atleta che correva per il piacere di farlo, un «dandy» che non si sottoponeva ad allenamenti ossessivi e si divertiva. Al contrario, Mennea si allenava intensamente, vedendo lo sport e la vita come sacrificio e introducendo metodi di allenamento moderni.

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Credit: ilpost.it

Le loro origini contribuirono a queste differenze di vedute. Berruti proveniva da una famiglia borghese e iniziò l’atletica su suggerimento del suo professore di educazione fisica. Un aneddoto racconta che suo padre, quando Livio aveva 17 anni, scrisse alla federazione chiedendo che il figlio corresse solo i 100 metri, ritenendo i 200 «una specialità eccessivamente dura».

Berruti si allenava due o tre volte alla settimana, senza pesi e improvvisando, «senza fare troppa fatica». Raccontò di aver cambiato scarpe tra la semifinale e la finale delle Olimpiadi di Roma per una «scelta esclusivamente estetica, narcisistica», scegliendo un paio più pesante per averle «bianchissime». Nelle due ore tra la semifinale e la finale, lesse un libro e bevve un’aranciata, senza allenarsi né riscaldarsi.

Queste diverse filosofie hanno influenzato la narrazione dello sport. Berruti è spesso citato per criticare l’eccessiva competitività e professionalizzazione, difendendo la purezza dello sport. Mennea, invece, è un esempio della necessità di fatica e impegno per raggiungere il successo. Nel 2010, Berruti scrisse che l’epoca della sua medaglia era «fatta di romantici ingenui con la voglia di emergere», lamentando che il mondo sportivo fosse ora dominato dalla «massificazione selvaggia» e dal denaro.

Mennea, al contrario, rivendicava «5.482 giorni di allenamento, 528 gare, un oro e due bronzi olimpici», affermando che avrebbe rifatto tutto, anzi di più, e si sarebbe allenato «otto ore al giorno» perché «la fatica non è mai sprecata».

Source: torino.corriere.it

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Giulia Ricci

Giulia Ricci segue la politica italiana per Oggi News: il Parlamento, le istituzioni e le decisioni che riguardano i cittadini.

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